LA SARCOPENIA, QUESTA SCONOSCIUTA

LA SARCOPENIA, QUESTA SCONOSCIUTA

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Sarcopenia, parola che dal greco e significa mancanza di muscolo. Nel 1989 fu usata questa parola per definire una perdita di muscolo legata all’età. Oggi con le conoscenze acquisite la sarcopenia indica le alterazioni della massa muscolare, della forza e della qualità del muscolo che portano a ripercussioni anche molto gravi come affaticamento muscolare, predisposizioni alle infezioni, cadute e mortalità. Più società scientifiche internazionali nel 2010 sono arrivate a concordare la definizione e diagnosi della sarcopenia. Il consensus dice che si diagnostica la sarcopenia quando c’è sempre la scarsa massa muscolare con uno dei due criteri

  • scarsa forza muscolare
  • scarsa prestazione fisica

Si parla di presarcopenia quando abbiamo scarsa massa muscolare più scarsa forza muscolare

e quando abbiamo scarsa massa muscolare più scarsa prestazione fisica

si parla di sarcopenia grave quando abbiamo scarsa massa muscolare più scarsa forza muscolare più scarsa prestazione fisica.

La sarcopenia primaria è quella legata all’età. Esiste la sarcopenia secondaria che è legata tra l’altro a

  • stile di vita
  • patologie
  • nutrizione (dieta inadeguata, scarso apporto di energia e/o proteine, malassorbimento ad esempio in casi di patologie intestinali, uso di farmaci)

La scarsa presenza di massa muscolare si identifica tra le varie tecniche con:

  • antropometriche come il Bmi indice di massa corporea, circonferenza del braccio, calo di peso involontario ecc..

Per la diagnosi di sarcopenia si può utilizzare un algoritmo:

Algoritmo suggerito da EWGSOP per la ricerca di casi di sarcopenia negli anziani.

Da questo algoritmo si evince che se la persona ha una velocità inferiore a 8 metri al secondo c’è un sospetto di sarcopenia quindi si va a misurare la forza muscolare per esempio dalla mano con uno strumento che si chiama handgrip. Se questa è normale si esclude la sarcopenia. Per contro se la forza muscolare è bassa si procede alla misurazione della massa muscolare attraverso bioimpedenziometria che è lo strumento che uso io. Se la massa muscolare è normale la sarcopenia viene esclusa, se è bassa si fa diagnosi.

Molto spesso la sarcopenia è associata alla malnutrizione per cui sarà importante poi utilizzare alle tecniche antropometriche e strumentali anche

  • strumenti di screening della malnutrizione (consistono in sostanza in domande con un punteggio finale)
  • biomarcatori come albumina plasmatica, linfociti, prealbumina, transferrina

LA SARCOPENIA E’ ASSOCIATA A MOLTE CONDIZIONI

  • è direttamente associata ad osteoporosi
  • è correlata ad aumentato rischio cardiovascolare ed è’ considerata un fattore di rischio indipendente anche in assenza di altri fattori di rischio cardiovascolare.
  • è collegata all’aumentato rischi di demenza. Infatti la sarcopenia che causa inabilità fisica riduce la possibilità di movimento. L’esercizio fisico porta alla produzione di fattori di crescita neurotrofici cioè viene stimolata la neurogenesi a livello dell’ippocampo. Questo crea nuovi circuiti menmonici con aumento delle capacità cognitive, contrastando di fatto la demenza.
  • può essere collegata anche ad obesità, la cosiddetta obesità sarcopenica
  • spesso associata alla menopausa per perdita della funzionalità ovarica in quanto la presenza di estrogeni ha un effetto positivo sulla massa muscolare. Per questo motivo va valutata con il proprio medico eventuale terapia ormonale sostitutiva.
  • spesso associata a inadeguata nutrizione. Va valutata l’adeguatezza dell’assunzione energetica e proteica. Va valutato il livello di vitamina D in quanto questa vitamina è associata a numerosi effetti sull’osso ma anche alla salute del muscolo. Inoltre la vitamina D esercita un’azione neuro protettiva.

Se credi di avere una nutrizione inadeguata, e/o hai delle patologie concomitanti e/o a maggior ragione hai più di 60 anni chiamami e ti aiuterò a capire se sei a rischio sarcopenia e/o malnutrizione e nel tal caso ti darò delle indicazioni in merito per migliorare il tuo stato e scongiurare le condizioni associate alla sarcopenia.

Grazie per aver letto questo articolo

Dott.ssa Sonia Trebaldi

La cannella: interessanti sviluppi futuri

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Ho trovato questo studio e ve lo posto

E’ quanto emerge da uno studio dello University of Michigan Life Sciences Institute, pubblicato sulla rivista Metabolism:  la Cannella, spezia usata per i dolci potrebbe diventare un’arma contro grassi e zuccheri agendo direttamente sulle cellule facendo bruciare energia. Questo è dovuto all’aldeide cinnamica, olio essenziale che conferisce alla cannella il suo sapore, migliora infatti la salute metabolica, agendo direttamente sulle cellule di grasso, o adipociti, inducendoli a iniziare a ‘bruciare’ energia tramite un processo chiamato termogenesi.
Gli studiosi sono partiti dal fatto che l’aldeide cinnamica sembra proteggere i topi dall’obesità e dall’iperglicemia, ma fino adesso i meccanismi alla base di questo effetto non erano ben compresi. Il team di ricerca ha testato degli adipociti umani da volontari che rappresentano varie età, etnie e indici di massa corporea.
Quando le cellule sono state trattate con l’aldeide cinnamica, i ricercatori hanno notato una maggiore espressione di diversi geni ed enzimi che migliorano il metabolismo dei lipidi. Hanno anche osservato un aumento di Ucp1 e Fgf21, importanti proteine regolatorie metaboliche coinvolte nella termogenesi. “La cannella ha fatto parte delle nostre diete per migliaia di anni, e generalmente piace come spezia- spiega Jun Wu, autrice principale dello studio- quindi, se può aiutare a proteggere dall’obesità, può offrire un approccio alla salute metabolica a cui è più facile per i pazienti aderire”. Però, prima di aggiungere tonnellate di cannella ai dolci nella speranza di far ripartire il vostro metabolismo, i ricercatori avvertono che sono necessari ulteriori studi per determinare il dosaggio e le modalità per sfruttare i benefici metabolici senza effetti collaterali.

Per concludere io direi, attendendo ulteriori studi per sfruttarla al meglio, non facciamoci mancare nelle nostre preparazioni questa deliziosa spezia!!!

al prossimo articolo

La cannella: attendiamo ulteriori studi di questa promettente spezia

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Ho trovato questo studio e ve lo posto

E’ quanto emerge da uno studio dello University of Michigan Life Sciences Institute, pubblicato sulla rivista Metabolism:  la Cannella, spezia usata per i dolci potrebbe diventare un’arma contro grassi e zuccheri agendo direttamente sulle cellule facendo bruciare energia. Questo è dovuto all’aldeide cinnamica, olio essenziale che conferisce alla cannella il suo sapore, migliora infatti la salute metabolica, agendo direttamente sulle cellule di grasso, o adipociti, inducendoli a iniziare a ‘bruciare’ energia tramite un processo chiamato termogenesi.
Gli studiosi sono partiti dal fatto che l’aldeide cinnamica sembra proteggere i topi dall’obesità e dall’iperglicemia, ma fino adesso i meccanismi alla base di questo effetto non erano ben compresi. Il team di ricerca ha testato degli adipociti umani da volontari che rappresentano varie età, etnie e indici di massa corporea.
Quando le cellule sono state trattate con l’aldeide cinnamica, i ricercatori hanno notato una maggiore espressione di diversi geni ed enzimi che migliorano il metabolismo dei lipidi. Hanno anche osservato un aumento di Ucp1 e Fgf21, importanti proteine regolatorie metaboliche coinvolte nella termogenesi. “La cannella ha fatto parte delle nostre diete per migliaia di anni, e generalmente piace come spezia- spiega Jun Wu, autrice principale dello studio- quindi, se può aiutare a proteggere dall’obesità, può offrire un approccio alla salute metabolica a cui è più facile per i pazienti aderire”. Però, prima di aggiungere tonnellate di cannella ai dolci nella speranza di far ripartire il vostro metabolismo, i ricercatori avvertono che sono necessari ulteriori studi per determinare il dosaggio e le modalità per sfruttare i benefici metabolici senza effetti collaterali.

Per concludere io direi, attendendo ulteriori studi per sfruttarla al meglio, non facciamoci mancare nelle nostre preparazioni questa deliziosa spezia!!!

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SALI MINERALI E VITAMINE

sonia No Comments

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L’importanza della loro forma per una massima bio disponibiltà

La forma in cui i sali minerali e vitamine sono presenti è importante perché determina se vengono assorbiti ed utilizzati dalle nostre cellule (elevata bio disponibilità) oppure no.

I minerali possono essere in forma organica oppure inorganica. La forma inorganica come solfati, carbonati e ossidi hanno una bio disponibilità molto bassa. Inoltre essi sono insolubili e non solubilizzandosi nello stomaco si dissociano in un sale e un minerale che fondamentalmente è uno ione con carica che irritano le pareti dello stomaco e dell’intestino. Possono anche formare dei composti comunque non assorbibili. Alla fine quindi anche se nella formulazione dell’integratore è presente una grossa quantità di minerale se esso è nella forma inorganica, non ce ne facciamo nulla e rischiamo una irritazione gastrica e intestinale

I minerali in forma organica come i citrati, fumarati, glicerofosfati o chelati, non si dissociano nello stomaco ed essendo in forma organica, quindi riconoscibili dalle membrane cellulari vengono assorbiti in modo massimale. Tutto ciò in linea con il concetto della BIODISPONIBILITA’: massimo grado di assorbimento di una sostanza ad un certo dosaggio con effetti collaterali trascurabili.

E’ importante inoltre soprattutto per quanto riguarda le vitamine che la forma sia bioattiva e cioè che non ci sia necessità di conversione da parte dell’organismo. Un esempio è l’acido folico di cui ho parlato in questo articolo https://www.nutrizionistatrebaldi.it/wp-admin/post.php?post=973&action=edit

Quindi quando comprate un integratore se l’unico scopo è quello di reintegrare i minerali persi con il sudore dovete assicurarvi che la forma in cui sono presenti sia quella organica. Inoltre è importante soprattutto per le vitamine che siano in forma attiva in modo che sia immediatamente disponibile.

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Dr.ssa Sonia Trebaldi

ESAME BIOIMPEDENZIOMETRICO: VALUTARE IL PROPRIO STATO NUTRIZIONALE E DI IDRATAZIONE IN UN ISTANTE

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Ad ognuno il proprio intervento nutrizionale personalizzato

Risultati immagini per bioimpedenziometria

L’esame bioimpedenziometrico valuta la qualità e quantità di grasso, muscolo e liquidi,  Si tratta di un esame non invasivo totalmente sicuro che ha un alto grado di affidabilità e di accuratezza.

Prenotando un esame bioimpedenziometrico sarà possibile valutare il tuo stato di nutrizione e di idratazione. Vedere se rientri nella buona forma fisica, nella magrezza  “di costituzione” o nella magrezza patologica (in presenza di malattie), nel sovrappeso o in obesità.  In questo modo sarà possibile creare un piano nutrizionale e di integrazione specifici in base alla tua composizione corporea per dei risultati più efficaci.
La bilancia non è un indicatore del nostro stato di salute o della quantità di grasso o muscolo contenuti nel nostro corpo: un aumento o una diminuzione di peso possono essere vantaggiose o svantaggiose a seconda di quale sia il compartimento corporeo oggetto della variazione. Se dopo un piano nutrizionale giusto per te ed un aumento dell’attività fisica sulla bilancia noti un aumento di qualche chilo, molto probabilmente non corrisponde ad un aumento di massa grassa ma ad un aumento di massa magra ossia è aumentato il muscolo. Ciò che dico sempre alle mie nuove pazienti a parità di peso tra la massa magra e la massa grassa ad occupare piu spazio è quest’ultima. Per lo stesso motivo un piano nutrizionale e una attività fisica adeguati,  potrebbero al primo controllo segnalare un aumento della massa muscolare che sulla bilancia viene conteggiato. Le mie pazienti sanno che se si perdono 3 chili di massa grassa e si acquista 1 chilo di massa magra sulla bilancia vedrò la perdita di 2 kg. E’ solo con ilo test bioimpedenziometrico che posso valutare quali distretti cambiano.

Ma quanto è importante valutare i liquidi corporei con l’esame bioimpedenziometrico?

Nei soggetti sani i fluidi corporei mantengono le loro proporzioni ideali: 60% intracellulare e 40% extra cellulare. Queste proporzioni cambiano nei soggetti con patologie o nei malnutriti. Studiando i cambiamenti dei rapporti dei fluidi corporei è possibile comprendere la natura del problema e valutare la migliore terapia nutrizionale e nutraceutica da intraprendere.

La variazione del bilancio dei fluidi extracellulari è spesso associata a cattive condizioni fisiche e può rappresentare un indicatore di problemi di salute.

Facciamo un esempo:

  • un improvviso aumento dei liquidi extracellulari rilevato con l’esame bioimpedenziometrico potrebbe essere associata ad una ridotta funzionalità renale. Nella mia pratica clinica spesso in persone in sovrappeso o obese rilevo un eccesso di liquidi. Situazione associata a ipertensione arteriosa. In questo caso rimando il paziente al medico di famiglia che deciderà eventualmente se prescrivere una terapia per l’ipertensione. Utilizzo la metodica bioimpedenziometrica per seguire il paziente iperteso in terapia medica. Infatti se il paziente segue la terapia in modo appropriato i liquidi dovranno diminuire e con l’esame bioimpedenziometrico riusciamo a valutarlo.  In questo caso il medico di famiglia potrà decidere di ridurre la posologia del farmaco e quindi ri- adattarla alla nuova situazione​.

A chi è consigliato di fare l’esame  bioimpedenziometrico?
A tutti a cadenza regolare perché anche se il tuo peso rientra in quello idealmente stimato questo non significa avere una condizione fisica ottimale. Infatti come già accennato posso essere magra ma avere una percentuale superiore alla norma di massa grassa o al contrario essere malnutrita. Oppure posso pensare di essere in sovrappeso ma avere una percentuale di massa magra elevata.

Utilizzo questo esame per confermare i risultati della perdita di massa grassa anche in pazienti che seguono la dieta chetogenica http://www.nutrizionistatrebaldi.it/dieta-chetogenica-miti-da-sfatare/dimostrando che la perdita di peso peso è data dalla massa grassa e c’è il mantenimento della massa magra quindi del muscolo. Questo dà una maggiore motivazione ad andare avanti  ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29986720

Utilizzo inoltre l’esame bioimpedenziometrico nella:

  • perdita di peso e nei regimi nutrizionali speciali
  •  in gravidanza nella valutazione controllo dello stato di nutrizione e idratazione
  •  nell’anziano per la prevenzione e valutazione del declino muscolare e delle alterazioni idroelettrolitiche
  • Questa funzione può essere molto utile in particolare in alcune situazioni patologiche per valutare le variazioni dei fluidi corporei nei rispettivi segmenti, per citarne una, il compartimento del tronco in presenza  di patologie polmonari (edema, pleuriti) o nella valutazione del comparto cardiovascolare.

Quindi, L’ESAME BIOIMPEDENZIOMETRICO è davvero per tutti, un esame non invasivo, semplice e veloce che ci aiuta a migliorare la nostra salute e ci aiuta a capire che tipo di intervento nutrizionale e di integrazione applicare.

MA TU DA CHE PARTE SEI? Se uno sportivo e vuoi controllare i risultati del tuo allenamento? Hai un sottopeso che può considerarsi una magrezza fisiologica oppure no? Hai un sovrappeso ma con una buona presenza di massa magra o una scarsa presenza di muscolo e un eccesso di liquidi? Stai seguendo una dieta e vuoi valutarne i reali risultati? Convivi con una patologia e vuoi fare attenzione mantenere il muscolo per non peggiorare lo stato nutrizionale?

Vi riporto il report di una mia paziente in vui attraverso la bioimpedenziometria abbiamo valutato il suo andamento:

Come si può vedere dal grafico la paziente è partita da un peso di 116 kg ed arrivata a 85 Kg mantenendo quasi completamente la massa muscolare e avendo avuto una grossa perdita di adipe. La BCM cioè quella parte del muscolo che dà il metabolismo basale si è mantenuto e questo è importante perché perdere principalmente muscolo vuol dire ABBASSARE IL METABOLISMO BASALE E DETERIORARE LO STATO NUTRIZIONALE!! Dobbiamo ricordare che anche i cuore è un muscolo!

Ti aspetto

Dott.ssa Sonia Trebaldi

IL MIO APPROCCIO CON L’IPERTENSIONE ARTERIOSA

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UNA VISIONE D’INSIEME SECONDO LA MEDICINA E LA NUTRIZIONE FUNZIONALE

La medicina e la nutrizione funzionale a differenza della medicina convenzionale si preoccupa di indagare sulla causa di una patologia andando alla radice più che alleviare i sintomi che è invece l’obiettivo della medicina tradizionale che con l’uso di farmaci agisce sul sintomo. La medicina funzionale non si mette in conflitto con la tradizionale ma possono agire in sinergia per una ottimizzazione dello stato di benessere del paziente a 360°

Valori ideali di pressione arteriosa sono sotto 120 mm/Hg di sistolica e 80 mm/Hg di diastolica. Tra 120-129 mm/Hg di sistolica e 80-84 mm/Hg di diastolica sono valori ancora normali, valori tra 130-139 mm/Hg e 85-89mm/Hg vanno tenuti d’occhio perché facilmente potrebbero salire oltre i 140 mm/Hg. Se ho valori sotto a 140 mm/Hg è importante la modifica degli stili di vita. L’ipertensione arteriosa va trattata secondo le linee guida quando i valori sono maggiori di 140 mm/Hg la si sistolica e 90 mm/Hg la diastolica per ridurre il rischio di eventi cardiovascolari. E’ una patologia diffusissima che aumenta il rischio di eventi cardiovascolari come infarti, stroke emorragico, stroke ischemico ed il più importante fattore di rischio cardiovascolare globale associato all’età, sesso, fumo colesterolo e diabete.

Quando ho una persona che viene da me magra anche a livello di circonferenza vita e riferisce di avere la pressione alta o medio alta, con molta probabilità avrà un sistema nervoso simpatico autonomo in ipertono (è quel sistema nervoso che produce sostanze eccitatorie come le catecolammine) . In questo tipo di paziente andrò a confermare che ci sia un eccesso di insulina. Quest’ultima è un ormone che passa la barriera emato-encefalica andando direttamente sui nuclei del tronco encefalico del sistema nervoso simpatico facendo produrre le sostanze eccitatorie, le catecolammine. Queste vanno in circolo a legarsi ai recettori adrenergici a livello muscolare, provocando vasocostrizione con aumento della pressione arteriosa e liberazione di acidi grassi in circolo. L’insulina a sua volta in questa situazione non riesce ad agire a livello muscolare instaurando una insulino resistenza e iperinsulinemia. Inoltre a livello epatico le catecolammine causano liberazione di glucosio portando ad una ulteriore produzione di insulina. Questo scenario causa:

  • aggravamento della stessa iper insulinemia
  • aggravamento della insulino resistenza
  • iper glicemia poiche il glucosio non riesce ad entrare nelle cellule. Alla lunga si potrebbe manifestare a diabete.

L’iperinsulinemia contribuisce all’ipertensione arteriosa in quanto l’insulina essnedo un ormone anabolizzante e un mitogeno, a livello della muscolatura liscia dei vasi provoca un ispessimento del calibro ed il lume e cosi facendo aumenta le resistenze periferiche.

NEL PAZIENTE MAGRO APPARENTEMENTE IN FORMA MA CON IPERTENSIONE CHE NON ASSUME FARMACI ANTIPERTENSIVI andrò a:

  1. bilanciare i pasti a livello glicemico per fare in modo di controllare la risposta glicemica ed insulinemica
  2. riduzione del sodio fino ad arrivare a 5 gr. di sale
  3. sedare il sistema nervoso simpatico (che essendo in ipertono produce già da sè un eccesso di catecolammine eccitatorie). Personalmente consiglio a questo scopo: la psicologa e psicoterapeuta esperta in tecniche di rilassamento, esercizi di respirazione e training autogeno per il controllo della respirazione ed eventualmente di stati di ansia. Sarà il professionista che deciderà insieme al paziente quale delle tecniche insegnare per rallentare l’ipertono simpatico (con riduzione delle catecolammine eccitatorie) e aiutare così nel controllo della pressione; alimenti sedanti il sistema simpatico. Questi sono ad esempio: patate, carboidrati, pesto, latticini Il calcio contenuto nei latticini blocca l’enzima ACE il quale porta al riassorbimento di sodio e di acqua a livello renale. Ovviamente andrò a ridurre le sostanze che stimolano la produzione di catecolammine come tè, caffè, pesce in quanto lo iodio è un eccitante. Aiuta a normalizzare la pressione arteriosa anche l’aumento di potassio, magnesio e calcio sia come alimenti che con integrazione. Il potassio entrerà nella cellula e il sodio uscirà e porterà con se sé anche acqua abbassando di fatto la pressione arteriosa. Il magnesio è un decontratturante e aiuta a rilassare. Il calcio come abbiamo già detto inibisce l’enzima ACE a livello renale riducendo la pressione arteriosa.

PAZIENTE MAGRO APPEARENTEMENTE IN FORMA CON IPERTENSIONE MA CHE ASSUME FARMACI ANTIPERTENSIVI

In questo caso in presenza di farmaci che agiscono a livello renale sul sistema renina-angiotensina-aldosterone occorre stare attenti al livello di potassio nel sangue perché questi farmaci favoriscono l’eliminazione di sodio e di acqua con l’obiettivo di abbassare la pressione ma fanno trattenere potassio. Per questo motivo dovrò stare attenta a non eccedere in potassio. Per il resto riamane valido l’approccio menzionato sopra.

PAZIENTE EVIDENTEMENTE IN SOVRAPPESO O OBESO

in questo tipo di soggetto mi aspetto oltre a un ipertono del sistema nervoso simpatico con aumento delle catecolammine eccitatorie anche un interessamento del surrene e quindi una ipercortisolemia. Qui è importante non iper stimolare il surrene con troppa carne rossa, insaccati e formaggi stagionati. E’ importante la stimolazione del fegato di detossificazione ormonale per esempio facendo uso anche anche di soffritti di verdura.

In ogni caso resta importante l’utilizzo della dieta mediterranea con i dovuti aggiustamenti in caso di uso di farmaci o di diuretici risparmiatori o no di potassio. Infatti se il paziente prende diuretici per ridurre la pressione arteriosa occorre sapere se questi siano risparmiatori o eliminatori di potassio. Per i primi non è indicato esagerare con l’assunzione di potassio, mentre per i secondi potremmo consigliare e pianificare alimenti che ne sono ricchi. Un esempio di diuretico eliminatore di potassio è il furosemide il cosiddetto Lasix E’ sempre importante collaborare con il medico in ogni situazione. Anche nel caso in cui il paziente obeso o sovrappeso può clinicamente optare per una dieta chetogenica sara importante che il medico venga interpellato per valutare eventualmente la sospensione del diuretico. I chetoni prodotti dalla dieta chetogenica infatti portano via il potassio attraverso le urine amplificando l’azione di eliminazione del potassio già esplicata dal diuretico.

In tutti i casi chiedo al medico del paziente di poter valutare la vitamina D. Questa è benefica oltre che per le ossa (che è la minima parte della sua attività) per il cuore, per il sistema immunitario e regola l’espressione di oltre 200 geni. vi sono diversi studi scientifici che suggeriscono che essa regoli il mantenimento della pressione arteriosa agendo sulla inibizione della espressione genica della Renina, enzima coinvolto nella ipertensione. Se il paziente ne è carente sotto a 20 ng/ml, o comunque anche se avesse sufficienti livelli 30 ng/ml andrò a reintegrare in quanto a 30 seppur considerato un apporto sufficiente, verrà consumato tutto per il mantenimento delle ossa. per coprire anche le altre funzioni sara necessario arrivare almeno a 50 ng/ml

Il nutrizionista può fare molto in caso di ipertensione arteriosa collaborando anche con altri professionisti cardiologo, medico di famiglia, psicoterapeuta. La sua azione non si limita alla sola riduzione di sale che seppur importante è una minima parte di ciò che il nutrizionista può fare.

Spero di avervi dato degli spunti di riflessione

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Dr.ssa Sonia Trebaldi

MELONE E FETA AROMATIZZATO ALLA MENTA … NON LE SOLITE INSALATE TRISTI

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Melone e feta aromatizzato alla menta: il melone è altamente idratante per l’alto contenuto di acqua, ma ristabilizzante del rapporto tra acqua intra ed extracellulare per l’elevato contenuto di potassio. Per questo motivo è indicato per chi soffre di ipertensione arteriosa. Molto indicato anche per chi soffre di cellulite in quanto oltre ad essere diuretico è molto ricco di vitamina C utile alla manutenzione del collagene, la proteina più abbondante del nostro corpo che ha la funzione di tenere uniti i tessuti muscolare ed adiposo. Oltre a questo, nell’abbinamento melone e feta aromatizzato alla menta, per quanto riguarda la vitamina C i larn i livelli di assunzione raccomandata stabiliscono che il fabbisogno per l’adulto è di 105 mg per l’uomo e 85 mg per la donna. In 100 gr di melone sono presenti 36,7 mg di vitamina c e 200 gr arrivano quasi al fabbisogno giornaliero della donna. Questo controbilancerebbe l’assenza di vitamina c nella feta. Altro bilanciamento derivante dall’accoppiata della ricetta melone e feta aromatizzato  alla menta riguarda la vit B12, la cobalammina che assente nel melone, ma presente nella feta e in 100 gr. sono presenti di 1,7 microgrammi di vit B12. Se guardiamo il livello di assunzione raccomandato di B12 che nell’adulto è di 2,4 microgrammi, basta poco per raggiungere il nostro livello raccomandato, mentre copriamo perfettamente il fabbisogno raccomandato per i bambini che va da 0.9 a 2,4 microgrammi a seconda delle fasce di età. E se pensiamo al calcio sommando quello presente nel melone e quello presente nella feta arriviamo a mezzo grammo quindi a circa la metà del fabbisogno giornaliero degli adulti e dei bambini presente soprattutto nella feta.

Qualche accenno alla feta di questa ricetta melone e feta aromatizzato alla menta 

la feta è fatta con il  latte di capra contiene più grassi di quanti contenuti nel latte vaccino e per questo ha un tenore calorico più elevato: il latte di capra contiene 69 calorie per 100 grammi, mentre la stessa quantità di latte vaccino ne contiene 64 (se intero), 40 (parzialmente scremato) o 34 (scremato). Nonostante quanto appena affermato, il latte di capra è più digeribile del latte di mucca. Tale elevata digeribilità è dovuta al tipo di grassi ricco di molecole lipidiche da un peso molecolare ridotto: le molecole di grasso del latte di capra sono più piccole e più “aggredibili”dalle nostre lipasi, cioè gli enzimi che digeriscono i grassi. In più, il latte di capra contiene una maggior quantità di acidi grassi a corta e media catena rispetto al latte vaccino: tale molecole non hanno bisogno di una predigestione quindi sono assorbite direttamente a livello dell’intestino e inviate al fegato. Ecco perché il latte di capra è più digeribile del latte vaccino anche essendo più grasso. Altra cosa importante è che il latte di capra contiene una percentuale inferiore di caseina di tipo alfa S-1, la proteina che oltre a causare dipendenza in genere aggrava i sintomi di un’intolleranza a livello intestinale.

Per chiarezza: chi è intollerante al lattosio non dovrebbe consumare ne’ latte di capra, ne’ latte vaccino ma chi ha solo una difficoltà nel digerire il latte di mucca, potrebbe valutare il latte di capra come valida alternativa.

Insomma se non digerite il latte vaccino e/o avete delle infiammazioni intestinali sappiate che questa ricetta melone e feta aromatizzato fa per  voi per la bassa presenza di caseina infiammatori nel latte di capra rispetto al latte vaccino e per la presenza di grassi che non hanno bisogno di sottoporsi al processo digestivo attraversando direttamente l’intestino.

Mettete una bella manciata di semi di sesamo per un apporto ancora maggiore di minerali e di bontà!!!!

Buona estate a tutti

Dr.ssa Sonia Trebaldi

COLESTEROLO: DAVVERO DA DEMONIZZARE?

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Statine e integrazione di vitamina D

Statine per Abbassare il Colesterolo

Oggi si fa spesso una guerra spietata al colesterolo, con diete ipo lipidiche e ipocaloriche, che attraverso la pubblicità fanno guerra al colesterolo, ma davvero è giustificato questo tutto questo terrore nei confronti di questa molecola? in realtà il colesterolo è una molecola essenziale per la vita: andiamo a vedere le sue straordinarie funzioni.

LE FUNZIONI DEL COLESTEROLO

  • produzione di ormoni steroidei e sessuali. Il colesterolo serve da precursore per formare questi importantissimi ormoni. Va da se che nel caso in cui si prendano le statine i livelli di questi ormoni andrebbero controllati.
  • Bile. La bile, succo digestivo prodotto dal fegato, serve per digerire i grassi. E’ composto per l’80% da acidi biliare, per circa il 15% da lecitina e fosfolipidi che mantengono in soluzione il 4% del colesterolo e acqua.
  • Mantenimento delle membrane cellulari. E’ il cementante di tutte le nostre membrane cellulari e mantiene la struttura ben salda ma allo stesso tempo flessibile.
  • Guaine mieliniche. Esso rientra nella composizione delle guaine mieliniche che rappresentano il rivestimento delle nostre cellule nervose importante per la trasmissione dell’impulso nervoso.
  • sintesi di vitamina D. I raggi solari quando colpiscono la nostra pelle, attivano il colesterolo che sta scorrendo lungo i nostri capillari in pro vitamina D che poi si attiverà attraverso fegato e rene.

Nella terapia cronica con le statine che hanno lo scopo di bloccare l’enzima del fegato che produce colesterolo, queste funzioni sono compromesse e nel caso della vitamina D anche se ci si espone al sole la produzione di vitamina D non avverrà se non in modo insufficiente. Per questo fatto sarà molto importante per chi assume statine assumere anche la vitamina D. Inoltre è importantissimo ricordare che le statine bloccano la produzione del colesterolo epatico bloccando l’enzima che lo produce HMG-CoA reduttasi. Questo enzima normalmente da una molecola di Aceti coA porterebbe alla produzione di colesterolo e di Coenzima Q10. Quest’ultimo ha un’azione importante a livello dei mitocondri: è responsabile del trasporto attivo degli elettroni per la produzione di energia detta ATP a livello muscolare. Proprio per questo molti attribuiscono i dolori muscolari all’utilizza di statine. In realtà a dare problemi muscolari è la carenza di vitamina D che in presenza di statine non viene prodotta se non in modo insufficiente in quanto per produrla occorrerebbe la presenza di colesterolo che viene prodotto per la maggior parte a livello epatico (80%). In effetti a livello muscolare la vitamina D stimola la sintesi delle proteine e la contrazione del muscolo. Assolutamente importante in questi pazienti anche se non hanno dolori muscolari integrare la vitamina D e arrivare a livello ematico almeno di 50 microgammi considerando che 30 servono solo al mantenimento osseo. In questo scenario la vitamina D aiuta anche a regolare la pressione arteriosa agendo sui sistemi di regolazione a livello renale e questo non guasta nel senso che spesso chi fa uso di farmaci per il colesterolo di solito ha anche il problema dell’ipertensione arteriosa.

Quindi il colesterolo non è assolutamente da disprezzare in quanto ha molte funzioni importanti. Inoltre il colesterolo alimentare cioè quello che assumiamo con l’alimentazione contribuisce per il 20% mentre il restante viene prodotto a livello epatico. Ma cos’è che lo fa produrre in eccesso? Quali sono i segnali che fanno azionare l’enzima HMG-CoA reduttasi per la produzione del colesterolo?

  • la presenza di zuccheri, in quanto stimolano la produzione dell’ormone insulina. L’ormone insulina e la presenza di zuccheri insieme, rappresentano uno stimolo all’attivazione dell’enzima che porterà alla produzione del colesterolo. Quindi più che i grassi in sé a stimolare l’enzima per la produzione di colesterolo sono i carboidrati e gli zuccheri semplici insieme a troppo fruttosio
  • l’eccesso di calorie, in quanto rappresenta un segnale per l’enzima a produrre colesterolo e stoccarlo anche come energia. Ad aggravare questo effetto è che l’eccesso calorico spesso è rappresentato da troppi zuccheri e carboidrati.

E’ un concetto che va in controtendenza in una società in cui mass media ed operatori sanitari compresi molti medici fanno guerra ai grassi in particolar modo al colesterolo senza tener conto dell’influenza dei carboidrati, degli zuccheri semplici e del fruttosio

Dr.ssa Sonia Trebaldi

DIFENDIAMO LA SALUTE DEI BAMBINI: ATTENZIONE AGLI ZUCCHERI E AGLI INGREDIENTI NASCOSTI

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DIFENDIAMO LA SALUTE DEI BAMBINI

Questo argomento mi sta molto a cuore e purtroppo il mio cuore a volte piange perché spesso vedo mamme e nonne incuranti che “comprano” il bene dei bambini dando loro merendine e prodotti confezionati di tutti i tipi. Ricordate, quando diamo da mangiare ai nostri figli o ai nostri nipoti abbiamo la loro salute nelle nostri mani e siamo responsabili delle loro piccole vite. Possiamo avvelenarli lentamente giorno dopo giorno, dopo giorno, oppure renderli sani e forti. A noi la scelta. Il gusto per i cibi si influenza nei primi 18 mesi di vita. Successivamente tutto ciò che non è stato registrato dallo svezzamento in poi viene rifiutato dal bambino che non vuole lasciare le sue certezze. Ad esempio se il bimbo non ha mai conosciuto nei primi 18 mesi il sapore dei vegetali con la loro componente moderatamente amara per la presenza di polifenoli e altre sostanze antiossidanti tenderà a respingerli con forza. Se non si tenta di modificare questo meccanismo il comportamento di diffidenza del bambino nei confronti della verdura sarà sempre più netto e sempre più difficile sarà per lui sperimentare nuovi alimenti. Ad un certo punto della sua vita sara alla stregua della pubblicità e delle mode alimentari. Ciò che i genitori dovrebbero fare è di insegnare ai propri figli ad amare il cibo sano, quello dai sapori semplici, quello dai sapori veri. L’industria alimentare con i suoi marchi quotati in borsa certo non bada alla salute di nessuno se nonché al loro profitto. Sborsano fior fior di soldi per pagare specialisti del marketing e chimici d’eccellenza per ricercare tecniche di seduzioni mentali e combinazioni aromatiche che catturano i sensi di chi mangerà quel prodotto, creando una vera dipendenza.

Cosa utilizza l’industria per creare dipendenza nel palato dei bambini e non solo?

Grassi, zuccheri e sale. In realtà questa combinazione viene usta anche per coprire gli ingredienti scarsa qualità. Biologicamente siamo portati a ricercare alimenti ad alta densità calorica. Inoltre ci sono diversi studi che ci dicono che quando assumiamo zuccheri viene stimolata una zona del cervello deputata alla “ricompensa” con conseguente rilascio di dopamina, endorfine quindi di oppioidi endogeni. Questi a loro volta spingono a ricercare alimenti ad alta palatabilità come quelli ad alto contenuto di gassi, zuccheri e sale mettendo in atto un vero circolo vizioso. Questo è ciò che succede ai bambini ma anche agli adulti. Ma andiamo oltre, fino a 2 anni è bene che non si assumano zuccheri. Nonne che mettete il ciuccio dei bambini nel miele, o che zuccherate la camomilla, non va bene! Per i bambini dai 3 ai 6 anni gli zuccheri non devono superare il 5% delle calorie totali giornaliere; dai 6 anni il limite consentito di zucchero è di 25 gr. Cercate di tenere presente questo limite quando date i vostri bambini estathé magari ripetutamente durante la giornata perché un solo solo estathè arriva quasi alla metà del limite giornaliero di zucchero del bimbo.

Se poi aggiungiamo allo spuntino del bambino ad esempio una barretta kit kat che contiene 27 gr di zucchero capiamo bene dove siamo andatia inire. Senza contare quanti altri zuccheri verranno assunti con i cereali per la colazione e con i vai yogurt alla frutta zuccheratissimi.

Quali sono le conseguenze di tutto questo?

L’assunzione di cibi spazzatura con calorie vuote senza nutrienti ma carichi di zucchero oltre che di ingredienti come conservanti e altre forme di zucchero come lo sciroppo del glucosio fruttosio messo tra l’altro in molte bibite gassate, porta a steatosi epatico (fegato grasso) e a disbiosi intestinale con alterazione della flora batterica. Tutto ciò ha come conseguenza predisposizione a obesità e patologie varie come diabete, ipertensione, patologie cardiovascolari e vari tipi di tumore. Richiamo l’attenzione di nonni e genitori per cercare di ridurre la quota di cibi e bevande spazzatura perchè un bambino sano sara un adulto sano. Dipende da noi.

DISTURBI NEURO PSICHIATRICI

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PROSPETTIVA CONCRETA DI UN APPROCCIO INTEGRATO SECONDO IL MODELLO BIO PSICO SOCIALE

Oggi stiamo affrontando una vera crisi nutrizionale. La dieta occidentale ad alto contenuto di grassi saturi, zuccheri ed energia ma priva di nutrienti e sostanze bioattive, è associata a deficit cognitivo e disturbi neuro psichiatrici come la demenza. In tutto il mondo le malattie psichiatriche stanno aumentando fortemente. E’ oramai appurato che tali patologie hanno una base multifattoriale, quindi sono responsabili più fattori:

  • Genetica
  • Infiammazione
  • Squilibrio dei neurotrasmettitori
  • Stile di vita

In questa ottica l’approccio psico-socio-nutrizionale secondo il metodo bio psico sociale è sicuramente il modo migliore per trattare i disturbi neuropsichiatrici poiché essendo delle patologie multifattoriali non possono essere trattati solamente dal punto di vista psicoterapico o solo farmacologico ma anche dal punto di vista nutrizionale e di life styling. Il coaching nutrizionale è uno strumento non farmacologico, economico oltre ad essere promettente per la prevenzione e il trattamento dei disturbi neuropsichiatrici. In uno studio pubblicato nel The American Journal of Psychiatry è emerso che la consulenza nutrizionale è efficace quanto la psicoterapia. Nello studio si è visto che il supporto nutrizionale è risultato efficace nel ridurre del 50-60% i sintomi depressivi e nel migliorare la qualità di vita dei pazienti con sintomi depressivi subclinici.   La dieta occidentale ricca di grassi saturi e/o di zuccheri porta ad un aumento dello stress ossidativo. Ciò la carenza di vitamina C che essendo un antiossidante verrà consumata per tamponare lo stress ossidativo.  Lo stress ossidativo causa un’alterazione del fattore di crescita BDNF (fattore neurotrofico derivante dal cervello); il BDNF è una proteina coinvolta nella sopravvivenza e nel differenziamento neuronale, nella plasticità sinaptica, nella formazione delle sinapsi e nella neurogenesi del cervello adulto. La carenza di vitamina C porta anche alla alterata produzione dei neurotrasmettitori neuroamminergici Tutte queste alterazioni si sono riscontrate nella regione della corteccia frontale e dell’ippocampo delle cavie a studio interessando le funzioni cognitive, mnemoniche e dello spazio a testimoniare l’associazione fra la dieta occidentale e Alzheimer

In cervello fa affidamento su vitamine, minerali, amminoacidi e grassi forniti attraverso la dieta. Il nostro stile di vita e la spinta commerciale dei mass media ci porta ad assumere cibi ad alta densità calorica, ma nutrizionalmente vuoti. Di conseguenza siamo sovralimentati ma denutriti. In particolare siamo carenti di tutti quegli elementi che regolano le funzioni cognitive come detto  la vitamina C, le vitamine del gruppo B, l’acido folico, il magnesio e lo zinco. A tutto questo scenario si somma il basso apporto di fibra da verdura e frutta predisponendo l’intestino alla permeabilità. In questa condizione l’intestino fa passare molecole che non dovrebbero passare apportando infiammazione ai tessuti e al cervello. Tra le molecole in questione vi sono le citochine molecole derivanti dall’infiammazione e coinvolte nella fisiopatologia dei disturbi neuropsichiatrici come la depressione e l’ansia.

L’intestino permeabile è causato oltre che da una dieta occidentalizzata ricca di grassi saturi e di zuccheri anche dalla sovraesposizione di glutine sia in soggetti celiaci che non celiaci. La gliadina del glutine costantemente a contatto con gli enterociti porta a una sovra espressione della zonulina, proteina che legandosi ai specifici recettori causa l’apertura delle giunzioni serrate permettendo il passaggio di allergeni, batteri e e molecole infiammatorie dall’intestino al sangue causando infiammazione. 

Oggi non è più pensabile trattare i disturbi neuropsichiatrici su un solo fronte ma sta sempre più avanzando un modello di trattamento integrato psicoterapico, farmacologico, nutrizionale e di stile di vita. Per quest’ultimo aspetto è importante insegnare tecniche di gestione dello stress in quanto stress vuol dire cortisolo alto e cortisolo alto per anni risulta essere dannoso per il cervello. Studi infatti ci dicono che il cortisolo cronicamente alto porta a una riduzione dell’ippocampo, sede del cervello implicato nella memoria e nell’apprendimento.

Riassumendo i punti principali di quanto detto si dovrebbe valutare di trattare i disturbi neuropsichiatrici prendendo in considerazione tutti questi aspetti:

  • psicoterapico
  • faramcologico
  • nutrizionale con eventuale integrazione
  • miglioramento dello stile di vita
  • insegnamento delle tecniche di gestione dello stress

Dott.ssa Sonia Trebaldi

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29655945
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4083759/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30223263
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16635908